Il sistema proporzionale e il problema “storico” della stabilità del governo

Fino alla legge elettorale del 1993 (Mattarellum) in Italia vigeva  il sistema elettorale proporzionale: ciascun partito portava in parlamento un numero di deputati/senatori proporzionale al numero di voti che aveva ricevuto.

A fianco dei partiti storici, questo sistema aveva prodotto una miriade di piccoli partiti, con vantaggi e svantaggi: se da un lato le minoranze erano in qualche modo rappresentate, dall’altro la frammentazione dei voti non permetteva a nessun partito di governare da solo. I governi venivano formati riunendo coalizioni litigiose, dove ciascun partito cercava di tirare acqua al proprio mulino: “Se il mio partito otterrà tal ministero, allora sosterrà il governo/voterà tale legge”. Così ogni tot mesi c’era un giro di valzer chiamato gergalmente “rimpasto di governo”: continuavano a governare i partiti di prima, ma con i ministeri tutti rimescolati (una cosa simile è successa lo scorso gennaio, quando Renzi, per tenersi buono NCD, gli ha assegnato un ministero e tre nuovi incarichi, causando il risentimento di Scelta Civica – per maggiori informazioni, googlare “renzi rimpasto ncd”).

Il rimpasto accontentava alcuni e scontentava altri, per cui non era raro che gli esclusi di turno causassero una crisi di governo, a cui seguiva a volte la necessità di tornare alle urne.  Tutti rivotavano gli stessi partiti, per cui gli equilibri restavano immutati e il gioco riprendeva. A causa di tutto ciò, i governi duravano mediamente da sei mesi a un anno e di fatto non riuscivano a concludere alcunché.

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